La comunicazione interculturale digitale: tra emoji e livello Pre A1

La comunicazione interculturale e le emoji alla luce del nuovo livello Pre A1 del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue.

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Una delle primissime apparizioni di emoticon tipografici.
Nella foto un estratto da una rivista satirica americana del 1881. Una delle primissime apparizioni di emoticon tipografici.

La comunicazione interculturale si trova a fare i conti con i nuovi modi di comunicare, specialmente in una “società digitale” in cui la velocità e la brevità nelle comunicazioni assumono un ruolo sempre più importante.

Nel mondo della comunicazione digitale scritta le incomprensioni si nascondono dietro l’angolo, proprio a causa della variante diamesica. Infatti un messaggio comunicato in modo neutrale può essere percepito dall’interlocutore con intonazioni differenti, addirittura facendolo percepire come ostile.

Gli emoticon prima e gli emoji poi possono rappresentare una soluzione.
Il loro uso deriva infatti dal tentativo di rappresentare nello scritto digitale le espressioni del viso che corrispondono a diversi tipi di emozioni. Vengono utilizzate quotidianamente le “faccine” per accompagnare messaggi e dare la giusta intonazione ad una comunicazione che, essendo scritta, si presta facilmente a interpretazioni che possono non corrispondere a quelle reali dell’autore del messaggio.
Non è difficile imbattersi in interi messaggi contenenti esclusivamente emoji e che, anche senza una comunicazione scritta, riescono ugualmente a trasmettere un messaggio comprensibile.

Comprensibile quasi universalmente.
Infatti, quando usiamo emoji in chat e messaggi con interlocutori di madrelingua e cultura differente dalla nostra, l’intento di veicolare meglio il significato del nostro messaggio, per evitare i fraintendimenti, nonostante le buone intenzioni potrebbe non essere raggiunto così facilmente come si crede.
Probabilmente non avete mai pensato che anche un emoji per noi amichevole potrebbe essere considerato ostile per i lettori appartenenti ad altre culture? Questo articolo ci consente di considerare gli emoji anche da altri punti di vista, affatto scontati.

Un esempio che probabilmente stupirà è la differente interpretazione della faccina sorridente, un simbolo apparentemente universale di felicità in occidente, che però in Cina assume significati diversi. Secondo gran parte dell’utenza cinese di Weibo e WeChat (servizi simili a WhatsApp che in Cina superano il miliardo di utenti) la faccina sorridente assumerebbe “un significato che parte dall’antipatia (come minimo) e arriva al disprezzo”.
Secondo la guida all’uso delle emoji di WeChat di Zara Zhang, vi sono ulteriori fattori che entrano in gioco nell’interpretazione del significato delle faccine, come quello generazionale. La faccina sorridente infatti, secondo la Zhang, non si addice ad un uso amicale, salvo che gli interlocutori “non abbiano più di 40 anni”.

Per saperne di più sui significati che possono assumere le emoji in Cina suggeriamo la lettura di un interessante articolo dal titolo Non mandate emoji ai cinesi

La comunicazione interculturale con le emoji per oltre 3 miliardi di persone

La comunicazione interculturale e il caso "emoji"

Queste considerazioni restano oggi più che mai attuali, per due motivi.
Il primo riguarda la diffusione capillare di emoji dal forte valore culturale su WhatsApp, l’applicazione di messaggistica che conta ormai oltre 3 miliardi di utenti attivi nel mondo. Tra queste c’è quella che viene universalmente riconosciuta come un gesto tipico italiano, la “mano a carciofo” (🤌), entrata nella tastiera emoji nel 2020 e ormai parte del nostro modo quotidiano di scrivere. Emojipedia, l’enciclopedia online delle emoji, la descrive come un’emoji che mostra dita e pollice uniti in posizione verticale, una postura usata per riferirsi al gesto italiano che significa “ma che vuoi”.

È bene però non dare tanto per scontato che si tratti di un gesto tipicamente italiano o, quanto meno, appartenente esclusivamente alla cultura italica. Le interpretazioni differenti infatti si sono subito fatte notare.

Come ci insegna il Prof. Paolo E. Balboni, autore del testo “La comunicazione interculturale“, il gesto della mano a carciofo viene interpretato in modo differente in diverse culture. Nel Maghreb la “mano a carciofo” significa “aspetta un attimo”. In Turchia invece, quello che per noi italiani può essere un semplice “ma che vuoi?”, viene interpretato col significato di “ottimo, eccellente” ed utilizzato per esprimere la bontà di un cibo, l’approvazione verso un’azione o addirittura rivolto ad una donna.
Appena diffusa la notizia dell’inserimento dell’emoji raffigurante questo gesto, alcuni utenti ne hanno dato un’interpretazione sessuale. Questo a conferma del fatto che non si tratta di un gesto dal significato universale ed univoco.

E la “mano a carciofo” non è certo un caso isolato. Anche emoji che diamo per scontate possono ribaltare il proprio significato a seconda della cultura di chi le riceve. Il pollice in su (👍), che per noi vale “ok, d’accordo”, è considerato offensivo in alcune aree del Medio Oriente, della Grecia e dell’Africa occidentale, dove equivale a un gesto volgare; e tra i più giovani sta assumendo persino una “sfumatura fredda”, quasi passivo-aggressiva.
Il gesto “OK” (👌), positivo in Occidente, è ritenuto volgare in Brasile e in Turchia, mentre in Giappone allude al denaro. Le mani giunte (🙏), che molti usano per dire “per favore” o “grazie” e che qualcuno legge addirittura come un “batti il cinque”, in Giappone esprimono soprattutto gratitudine o una richiesta di scusa. Insomma, più che un linguaggio universale, le emoji sono spesso un terreno minato di sfumature culturali.

Dalle emoji alle Genmoji: quando l’icona non è più condivisa

L’ultima frontiera complica ulteriormente il quadro. Con le Genmoji, le emoji personalizzate generate dall’intelligenza artificiale di Apple (disponibili in Italia da iOS 18.4), ognuno può creare la propria icona descrivendola a parole. Il punto è proprio questo: le Genmoji non sono caratteri standard approvati dal Consorzio Unicode, ma immagini uniche. Vengono così a mancare i due presupposti che rendevano l’emoji un linguaggio condiviso, la standardizzazione e la diffusione capillare, e con essi anche la (relativa) garanzia di essere interpretati allo stesso modo dal destinatario. Se già un’emoji standard può essere fraintesa tra culture diverse, un’icona generata su misura sposta l’asticella dell’ambiguità ancora più in alto.

Il QCER ed il livello Pre-A1

Il secondo motivo per cui assumono rilievo le emoji nel campo della comunicazione interculturale riguarda in modo particolare chi si occupa di insegnamento di una L2, specie in contesti di migrazione. Nel 2018 infatti il Consiglio d’Europa, con il Volume complementare del QCER, ha introdotto un nuovo livello di competenza linguistica, il Pre-A1, che va ad aggiungersi agli altri 6 preesistenti.
Avevamo già parlato in un precedente articolo del livello Pre A1 del QCER che vede nei relativi descrittori, la gestualità e la mimica che supportano la comprensione orale. Anche le capacità di comprensione scritta necessitano di un supporto di tipo visivo o grafico; qui le emoji assumono ancora più rilevanza se si pensa che nei contesti migratori la tecnologia ed i servizi di messaggistica come WhatsApp sono diffusissimi perché consentono di mantenere i contatti con i Paesi di origine e con la famiglia.
Nel livello Pre A1 anche le strategie di produzione/interazione prevedono l’uso rudimentale di gestualità e mimica.
Insomma si tratta di competenze legate alla comunicazione, anche e soprattutto tecnologica se parliamo di icone, emoticon ed emoji, che sono comuni anche tra chi non è scolarizzato o alfabetizzato nella propria lingua.
L’uso delle emoticon e emoji ha comunque un comune denominatore per tutti i contesti: avvicinare quanto più possibile la lingua scritta a quella parlata. L’immediatezza dei servizi di messaggistica attuali ha portato ad assottigliare sempre di più la dicotomia linguaggio sincrono (lingua parlata) e linguaggio asincrono (lingua scritta). La lingua scritta, da sempre “mediata” dalla riflessione, è ormai ricca di tratti della lingua parlata. Molti gridano all’imbarbarimento della lingua italiana, ma è la lingua stessa che si evolve in concomitanza con la tecnologia. Le emoji e le emoticon rappresentano un nuovo modo di comunicare (e dunque di veicolare messaggi) difficilmente etichettabile in linguaggio solo scritto o solo parlato o solo trasmesso.

Domande frequenti sulla comunicazione interculturale e le emoji

La comunicazione interculturale studia come persone di lingue e culture diverse si comprendono (o si fraintendono) quando comunicano. Riguarda non solo le parole, ma anche gesti, simboli e, oggi, le emoji: elementi il cui significato non è universale, ma cambia da una cultura all’altra.

Perché un’emoji non ha un significato univoco e universale: la stessa icona può veicolare emozioni opposte a seconda del contesto culturale e perfino generazionale. La faccina sorridente, ad esempio, esprime cordialità in Occidente ma in Cina può suggerire disprezzo o sarcasmo.

In Italia la «mano a carciofo» corrisponde al gesto “ma che vuoi?”. Il significato però cambia: nel Maghreb vale “aspetta un attimo”, mentre in Turchia esprime approvazione, nel senso di “ottimo, eccellente”. È la prova che non si tratta di un gesto dal significato universale.

Le Genmoji sono emoji personalizzate generate dall’intelligenza artificiale (Apple Intelligence), create descrivendo a parole l’immagine desiderata. A differenza delle emoji tradizionali non sono caratteri standard del Consorzio Unicode: questo le rende uniche e non sempre interpretabili o visualizzabili allo stesso modo dal destinatario, accentuando il rischio di fraintendimenti.

Il Pre-A1 è il livello di competenza linguistica introdotto nel 2018 dal Volume complementare del QCER, al di sotto dell’A1. Tra i suoi descrittori rientrano gestualità, mimica e supporti visivi alla comprensione: in questo quadro icone, emoticon ed emoji diventano risorse utili, soprattutto nei contesti di migrazione dove la messaggistica è molto diffusa.

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