Prof. Balboni: “L’oralità e il saper parlare”

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Prof. Paolo E. BalboniLe tecniche di produzione orale sono uno dei nuclei centrali della glottodidattica contemporanea, e il Prof. Paolo E. Balboni è tra gli studiosi che vi hanno dedicato pagine fondamentali. In un intervento per il progetto a cura del Ministero dell’Istruzione e di Rai Edu Lab sulla Seconda Lingua Comunitaria, Balboni mette a fuoco perché l’oralità sia tornata al centro dell’insegnamento delle lingue e quali siano gli strumenti che il docente ha a disposizione per svilupparla in classe.
Il Prof. Balboni è stato protagonista anche di una puntata della trasmissione rai #Maestri disponibile su Rai Play.

Come al solito il punto di vista che ci offre il Prof. Balboni è insieme chiaro ed esaustivo. La lettura di questo articolo è utile a chi vuole insegnare italiano a stranieri e ha bisogno di una formazione glottodidattica specifica: l’intervento in questione, infatti, fornisce un’idea degli argomenti trattati durante i nostri corsi di didattica dell’italiano L2/LS. Nei nostri corsi on-line di didattica dell’italiano a stranieri vengono affrontati gli stessi argomenti con i risvolti teorici e pratici, e quindi si trattano anche le tecniche volte a favorire l’oralità.

Chi è Paolo E. Balboni

Nato nel 1948, Paolo E. Balboni è professore di Didattica delle lingue moderne all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha diretto il Centro di Ricerca sulla Didattica delle Lingue. È stato presidente dell’ANILS (Associazione Nazionale Insegnanti di Lingue Straniere) e della FIPLV (Fédération Internationale des Professeurs de Langues Vivantes), e ha firmato oltre venticinque volumi e centocinquanta saggi sull’insegnamento delle lingue materne, seconde, etniche e straniere. Tra le sue opere più note Le sfide di Babele, Fare educazione linguistica, Tecniche didattiche per l’educazione linguistica e La comunicazione interculturale: testi di riferimento per generazioni di insegnanti di italiano L2 e di lingue straniere.

L’importanza dell’oralità nella didattica delle lingue

La focalizzazione sull’oralità non è una novità nella storia della glottodidattica: per millenni l’insegnamento della lingua è stato orale, e solo con il Sei-Settecento, nelle scuole gestite dagli ordini religiosi, la scrittura ha preso il sopravvento. All’inizio del XX secolo Berlitz, Palmer, Sweet e Jespersen reagirono alla centralità della scrittura e della grammatica normativa imposta nei due secoli precedenti, e un richiamo all’oralità arrivò di nuovo negli anni Cinquanta-Sessanta con l’approccio strutturalista (in inglese audio-lingual approach), in cui la lingua parlata era nettamente al centro.

Oggi il quadro è cambiato ancora. L’approccio comunicativo, e poi quello umanistico-affettivo a cui Balboni stesso ha contribuito in modo decisivo, hanno spostato il baricentro: l’oralità non è più un esercizio meccanico di ripetizione di pattern, ma un’abilità complessa che integra in tempo reale comprensione e produzione, dimensione pragmatica e dimensione culturale. Da qui l’attenzione, nella didattica delle lingue, a tecniche che permettano allo studente di “saper parlare” davvero, in situazioni reali.

Saper parlare: un’abilità integrata, non una somma

Una delle critiche più importanti che Balboni rivolge al modello tradizionale delle “quattro abilità” (ascoltare, parlare, leggere, scrivere) riguarda proprio la natura dell’interazione orale. Dialogare non è la semplice somma di ascoltare e parlare: è un’abilità integrata, in cui chi parla deve gestire in tempo reale processi di comprensione, di produzione, di lettura della situazione comunicativa e di adattamento dell’interlocutore.

Per saper dialogare, in altre parole, occorre saper definire il proprio ruolo nella situazione sociale in cui ci si trova, dominare una competenza strategica che permette di organizzare il discorso in vista dei propri fini pragmatici e saper interpretare le intenzioni dell’interlocutore. La componente culturale gioca un ruolo decisivo, e questo spiega perché l’interazione orale sia, secondo Balboni, l’abilità più complessa da sviluppare e padroneggiare in una lingua straniera.

Le principali tecniche di produzione orale secondo Balboni

Nella sua tassonomia delle tecniche didattiche, Balboni distingue diverse strategie per sviluppare la produzione orale degli apprendenti. Ne riassumiamo le più importanti.

  • Monologo libero o su traccia
    Una breve produzione orale su un tema dato in anticipo, in modo che l’attenzione non si concentri sul “cosa” dire ma sul “come” dirlo. È utile per allenare lessico, fluidità e strategie di descrizione e narrazione, anche con il supporto di stimoli come fumetti o storie da proseguire.
  • Dialogo aperto
    All’allievo si presentano le battute di un personaggio e si chiede di inserire quelle dell’altro, mantenendo coerenza globale e coesione con le battute date. Prima di iniziare, lo studente studia il contesto, poi svolge il dialogo oralmente, interagendo con un compagno, con l’insegnante o con una registrazione.
  • Dialogo a catena
    Una conversazione che si sviluppa di studente in studente: ciascuno raccoglie quanto detto dal precedente e ci innesta il proprio contributo. Esercita memoria, capacità di ascolto attivo e gestione del turno di parola.
  • Drammatizzazione e role-play
    L’apprendente “mette in scena” un ruolo in un contesto situazionale realistico, producendo un evento comunicativo con le competenze acquisite. Balboni segnala un vantaggio psicologico importante: la drammatizzazione non chiede una produzione autonoma fin dall’inizio, e in questo si avvicina alla delayed oral practice, di matrice umanistico-affettiva, che suggerisce di non costringere l’allievo a parlare prima che si senta pronto. L’effetto è un abbassamento del filtro affettivo e un aumento della motivazione.
  • Descrizione di immagini e narrazione
    Tecniche apparentemente semplici, ma molto efficaci ai livelli iniziali per costruire lessico, strutture frasali e capacità di organizzare il discorso.
  • Reimpiego e parafrasi orale
    Dopo una lettura o un ascolto, lo studente riformula oralmente quanto ha compreso. È una tecnica integrata che combina comprensione e produzione, e che si rivela particolarmente utile per fissare strutture e lessico nuovi.
  • Interviste e conversazioni guidate o libere
    Dalle interviste tra studenti, con domande preparate, alle conversazioni libere in classe: tecniche che permettono di lavorare sulla competenza strategica e sulla gestione reale della comunicazione.

A queste si affiancano gli esercizi di tipo strutturale (pattern drill) ereditati dall’approccio audio-lingual, che mantengono una loro utilità in fase di fissazione di strutture specifiche, purché non vengano confusi con la vera produzione orale.

Tecniche di produzione orale e classe di italiano L2

Nella didattica dell’italiano come lingua seconda o straniera, queste tecniche non sono semplici esercizi: sono lo strumento con cui il docente costruisce le situazioni comunicative in cui l’apprendente acquisisce davvero la lingua. La buona pratica suggerisce di:

  • partire da tecniche meno esposte (descrizione, parafrasi, drammatizzazione) e procedere verso quelle più impegnative (dialogo libero, intervista, conversazione);
  • graduare la difficoltà tenendo conto del livello del QCER e del profilo affettivo del gruppo;
  • alternare lavoro individuale, in coppia e in piccolo gruppo, per moltiplicare i tempi di esposizione e di pratica;
  • integrare la produzione orale con le altre abilità (comprensione di un testo o di un video, scrittura di una traccia preparatoria), perché l’oralità autentica vive nell’integrazione, non nell’isolamento.

È esattamente in questa prospettiva che, nei nostri corsi di glottodidattica, le tecniche di produzione orale vengono presentate non come elenco di esercizi, ma come repertorio di strumenti da scegliere e combinare a seconda del contesto e degli obiettivi.

Domande frequenti sulle tecniche di produzione orale di Balboni

Paolo E. Balboni (1948) è uno dei più autorevoli studiosi italiani di glottodidattica. Professore all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è stato presidente dell’ANILS e della FIPLV, e ha firmato oltre venticinque volumi e centocinquanta saggi sull’insegnamento delle lingue. Tra le sue opere più note ci sono “Le sfide di Babele”, “Fare educazione linguistica”, “Tecniche didattiche per l’educazione linguistica” e “La comunicazione interculturale”.

Sono l’insieme delle strategie didattiche con cui l’insegnante stimola l’allievo a produrre lingua parlata in classe: monologo, dialogo aperto, dialogo a catena, drammatizzazione, role-play, descrizione, narrazione, parafrasi orale, intervista, conversazione guidata o libera. Più che esercizi, sono strumenti per costruire situazioni comunicative in cui l’apprendente acquisisce davvero la lingua.

Perché dialogare non è la semplice somma di ascoltare e parlare. Chi è in interazione deve gestire in tempo reale comprensione, produzione, lettura della situazione comunicativa, gestione del proprio ruolo sociale e interpretazione delle intenzioni dell’interlocutore. A questo si aggiunge la dimensione culturale, che incide su molti aspetti del dialogo. Per questo, secondo Balboni, l’interazione orale è l’abilità più impegnativa da sviluppare in una lingua straniera.

È un principio della glottodidattica umanistico-affettiva secondo cui non bisogna chiedere all’allievo di produrre lingua straniera finché non si sente psicologicamente pronto. Tecniche come la drammatizzazione vi si collegano bene, perché non richiedono fin dall’inizio una produzione autonoma e contribuiscono ad abbassare il “filtro affettivo”, cioè quella barriera emotiva che ostacola l’apprendimento.

Non esiste una ricetta unica: la scelta dipende dal livello del QCER degli apprendenti, dagli obiettivi della lezione, dal profilo affettivo del gruppo e dal contesto (L2 o LS). In generale conviene partire da tecniche meno esposte come descrizione, parafrasi e drammatizzazione, per poi passare a dialogo, intervista e conversazione, alternando lavoro individuale, a coppie e a piccolo gruppo per moltiplicare i tempi di esposizione e di pratica.

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