Questo articolo sul linguaggio giornalistico televisivo nasce da una personale e molto pragmatica esigenza: la sensazione di fastidio fisico percepita nell’ascoltare al TG i servizi di giornalisti con insopportabili cadenze che mi portavano più volte ad abbassare il volume, a cambiare canale o a spegnere del tutto la TV, rinunciando anche all’ascolto delle notizie pur di non sottostare alle modalità con cui le stesse venivano esposte.
A questo “input” sono seguite riflessioni e ricerche sulle caratteristiche del linguaggio giornalistico televisivo ed è emerso, con sollievo di chi scrive, che non si trattava di una percezione dovuta all’avanzare dell’età o ad antipatia personale verso questo o quella giornalista.
Pare che accendere il televisore all’ora del telegiornale sia, da decenni, un piccolo esperimento di fonetica patologica. Eppure voci autorevoli e professionali non mancano e non è mera nostalgia dei giornalisti della generazione di Biagi e Frajese. La lingua dei nostri media però, nel tempo, ha incontestabilmente sviluppato una sintassi prosodica e lessicale che si è progressivamente staccata dall’italiano parlato reale, allontanandosene quasi fosse una deriva. Si potrebbe addirittura configurare il linguaggio giornalistico televisivo come un “dialetto di mestiere”.
Quattro fenomeni, in particolare, ne segnano (in negativo per quanto riguarda chi scrive) l’identità. Il primo, maggiormente percepibile, è quello delle immotivate e ripetitive cantilene. Altri due fenomeni, con caratteristiche ben codificate e nomi propri: il trombonismo, il birignao. Infine il tormentone deittico che pare sia il marchio di fabbrica di tutti gli inviati che si rispettino: “come vedete alle mie spalle”.
Per i docenti che in classe sono abituati ad insegnare italiano L2 con i video, e per chi si occupa di glottodidattica in generale, la questione non è marginale: il telegiornale è uno degli input autentici più diffusi, e capire come funziona davvero questa lingua è il primo passo per usarla (correttamente) in classe.
La cantilena: l’intonazione che diventa stampino
La cantilena è il fenomeno prosodico più riconoscibile del “telegiornalese”, il linguaggio giornalistico televisivo. Spesso i racconti giornalistici si sviluppano in una curva melodica stereotipata che si ripete identica frase dopo frase: salita su una sillaba pretonica, pausa innaturale, discesa sulla coda, nuova salita. Il risultato è un’oscillazione ipnotica che nulla ha a che vedere con la sintassi reale del messaggio. Provate ad ascoltare un servizio di un telegiornale locale: “Nel pomeriggio di IERI / a palazzo CHIGI / il presidente del consiglio / ha INCONTRATO / le delegazioni…”. Le pause cadono dove la sintassi non le richiede; gli accenti enfatici colpiscono parole atone. Il contenuto del messaggio viene posto in secondo piano da siffatta debordante modalità espositiva. È verosimile che ai nostri quattro lettori, scorrendo queste righe, la mente tornerà a quella volta in cui, in questo o quel TG, ascoltando una notizia di un giornalista dall’eloquio cantilenante, sarà sorta la domanda: “ma come parla questo?”.
Questa prosodia artificiale del linguaggio giornalistico televisivo nasce probabilmente da un equivoco didattico: si insegna ai giornalisti a “scandire” per farsi capire, ma scandire non significa “segmentare a caso”, come se avessero il singhiozzo. Il risultato è una lingua che, mentre crede di comunicare con maggiore chiarezza, comunica soprattutto la propria appartenenza a una corporazione. Addirittura la medesima cantilena può essere rinvenuta nei servizi di giornalisti differenti: stesse pause, gli stessi toni, le stesse cadenze, quasi un marchio di fabbrica. Viene spontaneo pensare che si tratti di giornalisti della stessa scuola.
Il trombonismo: l’inflazione lessicale come retorica del potere
Il secondo vizio è di natura lessicale ed è quello che Italo Calvino, nel 1965, battezzò “antilingua” in un celebre articolo sul Giorno. L’antilingua è quella varietà in cui nessuno “fa” qualcosa: si “pone in essere“, si “effettua“, si “procede a“. Nessuno “va“: ci si “reca“. Nessuno “muore” in un incidente: viene “tragicamente strappato all’affetto dei suoi cari” o “perde la vita in circostanze ancora da chiarire“.
Il trombonismo trasforma il verbo semplice in perifrasi solenne (esprimere considerazioni per dire), gonfia il sostantivo concreto in nome astratto (una situazione di criticità per un problema), promuove ogni nome a categoria (atto vandalico, episodio di microcriminalità, gesto inconsulto). È la lingua di chi non vuole dire ma vuole aver detto: una lingua difensiva, che antepone alla referenza il timbro istituzionale di chi la pronuncia.
Nel linguaggio giornalistico televisivo anche la cronaca nera ha i suoi trombonismi feticcio: il “boato che ha squarciato il silenzio della notte“, il “quartiere fino a ieri tranquillo“, la “lite degenerata“, la “comunità sotto shock“. Sono fossili lessicali che riempiono il vuoto di informazione con un riempitivo emotivo prefabbricato.
Il birignao: l’eredità teatrale del microfono
Il birignao è il più antico dei tre vizi, e affonda le radici nella recitazione ottocentesca. Indica una pronuncia affettata, artificiosa, con vocali allungate, consonanti appoggiate (le erre vibranti più del necessario), un’enfasi che vorrebbe forse nobilitare l’eloquio ma diventa una caricatura. Nella radio e nella televisione delle origini, il birignao era la norma: si impostava la voce come si imposta una statua su un piedistallo, ereditando dalla prosa accademica e dal teatro borghese una sacralità tutta novecentesca.
Oggi il birignao classico è meno frequente, ma sopravvive in forme aggiornate: la voce iper-controllata del conduttore che marca ogni avverbio con un piccolo crescendo, il sussurro confidenziale degli inviati emotivi, l’epicizzazione delle voci sportive che applicano alla cronaca di una partita di provincia il pathos di una tragedia di Eschilo. Ogni epoca produce il suo birignao: il punto comune è la sostituzione della naturalezza con una postura vocale.
La capacità di parlare IN pubblico non è qualcosa che si può dare per scontato, capita a tutti di allungare una vocale finale quasi per avere il modo di pensare a come esprimere il concetto successivo. Parlare AL pubblico tuttavia dovrebbe essere una delle competenze base per un giornalista televisivo o radiofonico.
“Alle mie spalle”: il tormentone della deissi ostentata nel linguaggio giornalistico televisivo
C’è poi un quarto vizio, tutto televisivo, che merita un capitolo a parte ed è il punto di partenza di un libro recente e prezioso: “Alle mie spalle. Le notizie in TV” di Filippo Nanni (Vallecchi Firenze, 2022). Nanni, giornalista con vent’anni di televisione tra RaiNews24 e Giornale Radio Rai, individua nell’espressione “quello che vedete alle mie spalle” il mantra che apre quasi ogni collegamento in diretta; un tic verbale così automatico da sopravvivere anche quando, alle spalle dell’inviato, non c’è davvero nulla di significativo da vedere.
Si tratta di una deissi ostentata: il giornalista chiama lo spettatore a testimone della propria presenza sul luogo, come se la prossimità fisica fosse in automatico garanzia di verità. È un trucco retorico antico (l’hic et nunc) che, applicato in modo seriale, finisce però per produrre l’effetto opposto: l’ascoltatore percepisce la formula, non il fatto. Nanni passa in rassegna, con ironia e affetto di mestiere, anche le altre cattive abitudini del telecronista: le frasi fatte, i convenevoli, gli intercalari rituali, la retorica, l’aggettivazione gonfia, le pause ad effetto. Un piccolo manuale di igiene linguistica scritto da dentro la redazione, che si legge accanto al Calvino del 1965 senza sfigurare.
Perché succede, e perché ci dovrebbe importare la qualità del linguaggio giornalistico televisivo
Le cause le principali si possono probabilmente ridurre a tre.
L’inerzia formativa: chi entra in redazione apprende per imitazione, e gli stilemi si trasmettono come una grammatica implicita (il marchio di fabbrica a cui si accennava prima).
Una funzione identitaria: il telegiornalese serve a marcare chi appartiene al mestiere. Questo fenomeno delle cantilene, dei trombonismi e del birignao non si verifica infatti in altre trasmissioni televisive, di intrattenimento ad esempio, ed è tipico dell’ambito giornalistico.
Un’altra ragione poi potremmo individuarla nella funzione difensiva: una lingua gonfia protegge dall’errore meglio di una lingua nuda; pur dicendo molto non ci si compromette su nulla.
Le conseguenze? Da non sottovalutare! Una lingua opaca produce ascoltatori passivi. La cantilena anestetizza l’attenzione; il trombonismo allontana il fatto dalla sua percezione; il birignao trasforma l’informazione in spettacolo di sé; la deissi ostentata simula una vicinanza che non c’è. In un’epoca in cui la fiducia nei media è già fragile, questi vizi capitali perdono la caratteristica di dettaglio stilistico e diventano veri e propri ostacoli alla comprensione, specialmente nell’informazione del servizio pubblico.
Linguaggio giornalistico televisivo e didattica dell’italiano L2/LS
Fino a qualche anno fa, per chi insegna italiano agli stranieri, il telegiornale era il punto di riferimento di una lingua standardizzata, più difficile da trovare nel cinema dove invece regnano i regionalismi e gli accenti. Con il passar del tempo però l’italiano del telegiornale è divenuto un input ambiguo pur conservando autenticità, attualità della lingua, ricchezza di lessico tematico. Si connota infatti sempre più spesso come varietà fortemente marcata, lontana dall’italiano parlato medio e dall’italiano neostandard. Proporlo in classe senza filtri rischia di trasmettere al discente un modello irrealistico: nessun parlante nativo, fuori dallo studio televisivo, dice “ha posto in essere” o “si è recato presso”.
A lezione, allora, conviene usare il linguaggio giornalistico televisivo in modo metalinguistico: farne oggetto di analisi, non solo di comprensione. Chiedere agli studenti di riformulare un servizio in italiano d’uso quotidiano è uno degli esercizi più formativi che si possano proporre a un livello B2-C1, perché costringe a passare dalla decodifica passiva alla riscrittura attiva e a smontare gli stereotipi linguistici.
Una via d’uscita: il principio di Calvino
Calvino, in chiusura del suo articolo del 1965, formulava un principio che resta valido: chi scrive (e chi parla in pubblico) dovrebbe avere “il coraggio della prima persona, dei verbi attivi, delle parole concrete”. Tradotto per radio e televisione: dire è morto invece di ha perso la vita; ha detto invece di ha avuto modo di esprimere; un litigio invece di un episodio di tensione. Smettere di cantilenare le frasi come ninne nanne; smettere di gonfiare le parole come palloncini; smettere di chiamare in causa “le mie spalle“, come se i fatti accadessero “alle spalle del giornalista” anche nel senso figurato di “a mia insaputa”, quando alle spalle non c’è nulla.
Si tratta semplicemente di restituire significato alla lingua. Una lingua più semplice non è affatto una lingua più piccola: è una lingua che torna ad avere fiducia nella propria capacità di significare.
























