La prossemica e il coronavirus sono stati, all’inizio della pandemia di Covid-19 nel 2020, uno dei temi più discussi anche sotto il profilo dell’identità culturale. Con l’arrivo in Italia del nuovo coronavirus Sars-CoV-2, il governo, per contrastare la diffusione del contagio, ha emanato le cosiddette “misure di distanziamento sociale”, una formula impropria che indicava il rispetto di distanze di sicurezza anti-droplets, ossia le piccole goccioline emesse con il respiro che possono raggiungere distanze fino a quasi due metri.
Queste misure, che potevano sembrare banali per anglosassoni o asiatici, lo erano un po’ meno per noi popoli latini e ci hanno inevitabilmente portato a riflettere sulla prossemica, uno dei codici extralinguistici, e su come questo linguaggio non verbale sia di fondamentale importanza nella comunicazione: in quel frangente ne abbiamo percepito con particolare evidenza la centralità.
Tale aspetto della comunicazione extralinguistica è da sempre presente ai docenti di italiano L2 in chiave interculturale e i primi a notare le differenze sono stati proprio gli insegnanti di italiano a stranieri, abituati, per la frequente esposizione al contatto con altre culture, a prestare attenzione anche ai codici comunicativi non verbali.
La prossemica e la competenza comunicativa
Per definizione la prossemica è lo “studio dell’uso che gli individui fanno dello spazio sociale e personale”. Tutti noi viviamo in una specie di bolla spaziale che rappresenta in un certo senso la nostra intimità: uno spazio in cui non tutti possono accedere a proprio piacimento. La distanza varia di volta in volta a seconda del contesto, del rapporto sociale e della cultura di appartenenza.
Nella didattica delle lingue la prossemica rientra nei linguaggi non verbali. Secondo la definizione di Balboni, per competenza comunicativa si intende “la capacità di usare tutti i codici (verbali e non) per raggiungere i propri fini nell’ambito di un evento comunicativo”. Si attribuisce dunque un valore fondamentale anche ai linguaggi non verbali. Questo anche perché non sempre il codice verbale è il principale veicolo di trasmissione dei messaggi: spesso, anzi, sono le componenti non verbali della comunicazione a fornire una prima chiave di interpretazione.
Come il codice verbale è regolato da norme interne e condivise, così anche i codici non verbali seguono norme convenzionali che variano da cultura a cultura.
L’infrazione delle norme prossemiche, che regolano la distanza interpersonale, può generare alcuni incidenti interculturali, cioè far interpretare come aggressivi e invasivi dei movimenti di avvicinamento che hanno un significato diverso nella cultura di chi li ha compiuti.
La prossemica e il coronavirus sono quindi argomenti strettamente legati, perché la presenza del Covid-19 ha impattato pesantemente su un insieme di regole comunicative extralinguistiche che connotano culturalmente gli individui.
Prossemica: come varia nelle culture
Le culture nord-mediterranee ritengono che la sfera dell’intimità, la bolla, sia data dalla distanza di un braccio teso: chi si avvicina di più invade il campo dell’altro, mettendolo a disagio e dandogli la sensazione di essere aggredito (se poi questa invasione si unisce a un accentuato movimento delle mani e a un tono di voce alto, tipici delle culture mediterranee, la sensazione di un nordeuropeo di essere aggredito si trasforma in certezza e genera una reazione). Nel Mediterraneo arabo, invece, spesso chi parla tocca l’interlocutore sul petto o sul braccio.
Al capo opposto troviamo gli europei non mediterranei e gli americani, che richiedono che ciascuna bolla sia rispettata, per cui i due interlocutori restano a distanza di un doppio braccio.
Quanto al contatto laterale vigono svariate regole: molti mediterranei si prendono a braccetto (addirittura per mano nei paesi arabi) anche tra uomini, cosa esclusa nel nord Italia e nel resto d’Europa. Anche nelle zone rurali dell’Oriente sopravvive l’abitudine di prendersi per mano tra persone dello stesso sesso, ma in Giappone il prendersi a braccetto ha una connotazione sessuale, così come il camminare molto vicini, a contatto di spalla, anche se la ragazza sta qualche centimetro avanti.
In Italia, e non solo, è comunissimo salutarsi con una stretta di mano e addirittura accostando le guance per scambiarsi dei baci amichevoli. In Svizzera, ma anche in Francia e in Russia, il saluto prevede addirittura tre baci. Questo tipo di saluto che prevede un contatto fisico è del tutto escluso in Paesi come il Giappone o l’India.
In TV, prima della pandemia, era comune, nelle trasmissioni italiane e non solo, vedere conduttore e ospite a brevissima distanza, gomito a gomito, con inquadrature di conseguenza molto strette.
La prossemica e il coronavirus nel 2020

Nel marzo 2020, a causa dell’emergenza Covid-19, molti governi, tra cui anche quello italiano, hanno emanato provvedimenti per stabilire nuove norme prossemiche che imponevano la distanza minima di un metro tra le persone, l’astensione dal contatto fisico e l’evitamento dei luoghi affollati.
Si è rivelato molto difficile, per i popoli latini e non solo, rispettare queste nuove norme.
I sociologi lo definirono già allora il più grande esperimento sociologico di massa mai messo in atto e si apprestarono a seguirlo con grande interesse, confidando nella capacità della società di riadattarsi e reagire all’emergenza ricorrendo a strategie che andavano dallo smart working, ai corsi online, fino a nuove forme originali di saluto.
In molti Paesi iniziarono a intravedersi i primi effetti di queste nuove regole prossemiche. Il 2 marzo 2020, ad esempio, il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer rifiutò di stringere la mano alla Cancelliera Angela Merkel in occasione di un incontro sull’immigrazione a Berlino. Nel frattempo proliferarono nuovi saluti alternativi: nessuna stretta di mano, ma un contatto tra i piedi. Il gesto, in realtà, è nato a Wuhan, città cinese epicentro della prima ondata pandemica, ed è stato ribattezzato Wuhan Shake; il presidente della Tanzania John Magufuli (1959-2021) lo ha reso celebre nel marzo 2020 utilizzandolo nell’accoglienza al leader dell’opposizione Maalim Seif Sharif Hamad.
Anche in Cina i saluti sono stati ridimensionati: si è tornati al Bao Quan Li, il saluto classico delle arti marziali (pugno chiuso nella mano aperta con inchino), che non prevede un contatto fisico.
Negli Stati Uniti è tornato in voga, come sostituto della classica stretta di mano, il contatto tra gomiti (elbow bump), già raccomandato dall’OMS nel 2006 ai tempi dell’influenza aviaria.
Anche nelle trasmissioni televisive si è iniziato a notare una distanza maggiore tra conduttori e ospiti intervistati, con inquadrature più larghe a cui il telespettatore non era abituato.
Rispettare una grammatica prossemica è, in ogni caso, assai complesso, visto che la prossemica, come gli altri codici extralinguistici, fa parte del nostro DNA culturale (e a proposito di prossemica e coronavirus parlare di acidi nucleici non è fuori luogo): non si impara sui libri, è quasi innata e per questo diventa difficile controllarla e catalogarla.
Gli insegnanti di italiano per stranieri si sono trovati, allora, a gestire nuovi codici di riferimento da trasmettere ai propri studenti, inquadrati nel particolare contesto del 2020 ma in parte cristallizzatisi negli anni successivi.
Quel passaggio storico ha lasciato un’eredità che riguarda da vicino la didattica dell’italiano L2: ripensare la prossemica come componente strutturale della competenza comunicativa, non come dettaglio accessorio.
Prossemica e didattica dell’italiano L2: dalla competenza interculturale al QCER
Per l’insegnante di italiano L2/LS è utile partire dal modello classico di Edward T. Hall, l’antropologo statunitense che ha fondato gli studi prossemici negli anni Sessanta del Novecento e ha distinto quattro zone di distanza interpersonale: la distanza intima (fino a circa 45 cm), la distanza personale (da 45 a 120 cm), la distanza sociale (da 120 a 360 cm) e la distanza pubblica (oltre 360 cm). I confini di queste zone non sono universali: variano con la cultura, il rapporto sociale, il genere e l’età, e proprio per questo richiedono di essere tematizzati esplicitamente in classe.
Il Volume Complementare del Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue, pubblicato dal Consiglio d’Europa nel 2020, integra la dimensione non verbale e paralinguistica tra le componenti della competenza comunicativa: il riferimento ai gesti, alla mimica e alla gestione dello spazio compare nei descrittori relativi all’interazione orale, alla mediazione culturale e alla competenza pluriculturale. Tradotto in pratica didattica, significa che la riflessione su come si abita lo spazio comunicativo non è un dettaglio aneddotico ma una competenza valutabile e certificabile.
In aula la prossemica può diventare oggetto di lavoro esplicito attraverso alcune strategie consolidate. L’osservazione guidata di sequenze video, tratte da film, talk show o conversazioni reali in italiano, con consegna di rilevare distanze, contatti, angolazioni e variazioni rispetto alla L1 degli apprendenti. Il role play comparativo, in cui piccoli gruppi riproducono la stessa scena (un caffè con un amico, una richiesta in ufficio, un incontro casuale per strada) adottando schemi prossemici diversi e poi commentano insieme l’effetto comunicativo prodotto. La riflessione metaculturale, in cui l’insegnante propone vignette, fotografie o brevi clip che mostrano “incidenti prossemici” e invita la classe a ipotizzare che cosa sia andato storto e perché.
L’obiettivo non è prescrivere allo studente una “norma italiana” della distanza, ma costruire una consapevolezza interculturale che gli permetta di leggere lo spazio comunicativo italiano senza fraintenderlo né esserne frainteso. La prossemica, in questa prospettiva, è una porta d’ingresso privilegiata alla cultura italiana contemporanea e a ciò che la pandemia di Covid-19 ha lasciato dentro le sue abitudini quotidiane.

























