Una delle storie più simboliche delle lingue in estinzione è quella di Tuone Udaina (Antonio Udina). Il 10 giugno 1898, sull’isola di Veglia, l’attuale Krk, in Croazia, l’anziano Tuone Udaina, soprannominato Burbur (barbiere) morì nell’esplosione di una mina, durante lavori di sterramento su una strada di campagna. Con lui si spense definitivamente anche il dalmatico veglioto, una lingua romanza sorella dell’italiano, discendente diretta del latino volgare, parlata per secoli lungo le coste orientali dell’Adriatico da Veglia (Krk in Croazia) ad Antivari (l’odierna Bar in Montenegro).
Antonio Udina non era un parlante nativo in senso stretto. Aveva appreso la lingua da bambino, ascoltando i nonni e i genitori. Lo cercò nel 1897 il giovane glottologo istriano Matteo Bartoli, che riuscì a registrare circa 2.800 parole, proverbi, monologhi e racconti, nonostante al momento delle interviste, Udina non parlasse veglioto da circa vent’anni.
Il materiale salvato da Bartoli confluì in due volumi di “Das Dalmatische: altromanische Sprachreste von Veglia bis Ragusa und ihre Stellung in der apennino-balkanischen Romania”, pubblicati a Vienna nel 1906. Le trascrizioni di Bartoli sono la principale fonte per la ricostruzione di questa lingua, della quale non esistono registrazioni audio.
Non possiamo quindi sapere come suonasse questa lingua ma non è difficile farsene un’idea leggendo la preghiera del “padre nostro” in dalmata veglioto: Tuota nuester, che te sante intel sil: sait santificuot el naun to. Vigna el raigno to. Sait fuot la voluntuot toa, coisa in in sil, coisa in tiara. Duota costa dai el pun nuester cotidiun. E remetiaj le nustre debete, coisa nojiltri remetiaime a i nuestri debetuar. E naun ne menur in tentatiaun, mui deliberiajne dal mal. Amen
Quella del dalmatico è una storia paradigmatica di un fenomeno globale. Negli ultimi 80 anni risultano ufficialmente estinte quasi 250 lingue, e il ritmo continua inesorabilmente ad aumentare. Questi dati riguardano direttamente chi insegna lingue (e chi si occupa di italiano L2) perché si ritrovano quotidianamente nella composizione delle classi, nel bagaglio linguistico degli apprendenti e coinvolgono la responsabilità dei docenti che lavorano in ambienti plurilingui.
Lingue in estinzione: una crisi silenziosa
Secondo Ethnologue delle oltre 7.000 lingue vive circa il 40% rischia l’estinzione e spesso il numero di parlanti è inferiore alle mille unità.
La distribuzione è di una asimmetria violenta: poco meno del 90% della popolazione mondiale ha come lingua madre una ventina di idiomi. La stragrande maggioranza delle lingue del pianeta invece è custodita da comunità numericamente fragili e/o politicamente subalterne.
Uno studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution nel 2022, basato sull’analisi di oltre 6.000 lingue e 51 variabili predittive (demografiche, ambientali, socioeconomiche, politiche), delinea uno scenario inquietante: senza interventi mirati, nei prossimi quarant’anni il ritmo di estinzione potrebbe triplicarsi, con il rischio che entro fine secolo le lingue in estinzione o estinte del tutto possano essere da 1.500 a 3.000. Quanto è grave questa situazione? Per avere un’idea della drammaticità di questi dati basti considerare che: il 25% dei mammiferi e il 14% degli uccelli sono attualmente a rischio di estinzione. Le lingue stanno peggio.
L’Atlante UNESCO delle lingue in pericolo classifica le lingue in estinzione su una scala che va da vulnerabile a estinto, individuando come variabile critica la trasmissione intergenerazionale: la sopravvivenza di una lingua non dipende tanto dal numero assoluto dei suoi parlanti, quanto dal fatto che i bambini continuino ad apprenderla come L1 in famiglia. Quando quel meccanismo si interrompe, come accadde al dalmatico nell’Ottocento, la lingua può spegnersi nell’arco di una sola generazione. Questo può accadere anche in modo silenzioso, senza eventi traumatici. Ad esempio a causa di fenomeni migratori, che non consentono di trasmettere alle generazioni successive una lingua perché in famiglia non entrambi i genitori sono parlanti e questo non ne consente l’acquisizione alla generazione successiva.
Quando la lingua è una questione di diritti
Il termine linguicidio è entrato gradualmente nel lessico della linguistica e dei diritti umani per indicare l’erosione deliberata di una lingua attraverso politiche di assimilazione, divieti scolastici, stigmatizzazione, marginalizzazione mediatica. Non è uno scenario soltanto storico: in molte parti del mondo, i parlanti di lingue minoritarie sperimentano ancora oggi forme di pressione che li spingono ad abbandonare l’idioma di famiglia in favore di quello dominante.
In Europa lo strumento giuridico di riferimento è la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie del Consiglio d’Europa, adottata nel 1992, a cui ha fatto seguito la Convenzione-quadro per la protezione delle minoranze nazionali del 1 febbraio 1995.
L’Italia l’ha firmata nel 2000 ma non ratificata, così come Francia e Belgio. L’impianto di tutela delle lingue minoritarie è affidato nel nostro Paese alla legge 482/1999.
Una lingua, una visione del mondo
La dimensione cognitiva della perdita linguistica è uno dei nodi più discussi della linguistica contemporanea. Secondo l’ipotesi Sapir-Whorf del relativismo linguistico, la lingua infatti contribuisce attivamente a modellare il pensiero.
Gli esperimenti più noti riguardano la percezione cromatica, ma il principio si estende a coordinate spaziali, temporali, evidenziali, emotive.
Il linguista Matteo Santipolo, a proposito delle lingue in estinzione, ha così sintetizzato: “Ogniqualvolta una lingua muore, muore anche una precisa visione del mondo“.
Si pensi al patrimonio sapienziale ecologico custodito in molte lingue indigene, alle formulazioni mediche naturali e tradizionali. Uno studio pubblicato su PNAS nel 2021 ha dimostrato che la maggior parte della conoscenza sulle proprietà medicinali delle piante è veicolata da una sola lingua: quando quella lingua si spegne, il sapere svanisce, indipendentemente dalla sopravvivenza biologica delle specie vegetali.
Il fragile mosaico delle lingue minoritarie in Italia
L’Italia è uno dei laboratori europei più ricchi e più ambigui di questo tema. L’UNESCO censisce nel nostro Paese 31 lingue presenti sul territorio nazionale, ma la legge 482/1999 tutela formalmente “la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo”. In totale, tra 2,4 e 3 milioni di parlanti in 14 Regioni.
Restano fuori dal perimetro della tutela nazionale numerose varietà che la linguistica internazionale considera lingue a tutti gli effetti come il siciliano (classificato vulnerabile dall’UNESCO), il napoletano, il lombardo, il veneto, il piemontese, il ligure, l’emiliano-romagnolo, oltre alla lingua romaní, esclusa per via del criterio della territorialità.
L’indagine ISTAT che dal 2024 monitora l’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere svela numeri che attestano una vitalità residua e un’erosione progressiva nelle generazioni più giovani. La vicenda del dalmatico veglioto ci ricorda quanto possa essere rapido il passaggio da lingua viva a lingua di pochi anziani ed a lingua scomparsa.
Su questi temi abbiamo proposto riflessioni in occasione della Giornata internazionale della lingua madre e della Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali, così come in approfondimenti come quello sulle lingue fischiate altre forme di comunicazione “estreme”, altrettanto straordinarie e altrettanto fragili.
Lingue in estinzione: la regola della terza generazione
Un fenomeno percepibile direttamente da chi insegna italiano L2 in contesti migratori e nei CPIA è la cosiddetta regola della terza generazione: i flussi migratori tendono a produrre comunità che, nell’arco di tre generazioni, diventano monolingui nella lingua del Paese d’accoglienza: la prima generazione conserva l’idioma di origine; la seconda lo comprende e lo parla raramente; la terza spesso non lo riconosce nemmeno.
Per la didattica questo significa due cose. Da un lato, riconoscere che dietro l’italiano imparato da un nostro studente c’è quasi sempre una lingua materna a sua volta in via di erosione, che merita di essere nominata, valorizzata, integrata simbolicamente nel percorso di apprendimento. Dall’altro, ricordare che l’italiano stesso, per le comunità di origine italiana sparse nel mondo, è soggetto alla medesima parabola: la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo e i progetti di promozione dell’italiano all’estero nascono anche per contrastare questa dinamica.
Cosa può fare la didattica delle lingue
Cosa significa per i docenti di italiano L2 tradurre questi dati in pratica didattica? Significa, ad esempio, adottare consapevolmente un approccio plurilingue in classe: valorizzare la L1 degli apprendenti, minoritaria o meno, non rallenta l’acquisizione dell’italiano. Contribuisce al contrario a rafforzarla, come ribadito dal Quadro Comune Europeo di Riferimento (QCER) e dalle indicazioni del Consiglio d’Europa sull’educazione plurilingue e interculturale.
Restituire dignità simbolica ai repertori linguistici degli studenti: ascoltare e citare le loro lingue, anche solo nei saluti, nei numeri, nelle parole del cibo, comunica un messaggio educativo potente, soprattutto in contesti di alta vulnerabilità sociale.
Responsabilità verso il patrimonio interno: dialetti, lingue regionali e minoranze storiche italiane sono parte del medesimo mosaico che la didattica L2 può contribuire a far conoscere e a custodire, anche solo facendo emergere la consapevolezza che l’italiano standard è il risultato di un equilibrio storico, non una norma naturale.
Salvaguardare una lingua, per chi insegna lingue, è parte del mestiere. E se poco più di un secolo fa, a 250 chilometri da Venezia, si è persa per sempre una lingua romanza sorella della nostra, il dovere di custodire ciò che resta diventa un’urgenza.
























