Lunfardo e cocoliche costituiscono una impronta italofona che vogliamo ricordare in occasione della XXV Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, il cui tema è quest’anno: “Italofonia: lingua oltre i confini”.
Una delle riflessioni suggerite dal tema dell’evento 2025 è legata a come l’italiano, attraverso migrazioni, scambi e contaminazioni, abbia generato nuove forme linguistiche fuori dai confini nazionali. Due casi esemplari si trovano nell’area del Río de la Plata (Argentina e Uruguay): il lunfardo e il cocoliche.
Entrambi testimoniano il ruolo centrale delle comunità italiane nel plasmare l’identità linguistica e culturale di quella regione.
Il cocoliche: un italiano “di transizione”
Il cocoliche nacque nella seconda metà dell’Ottocento, durante le grandi ondate migratorie che portarono milioni di italiani a Buenos Aires e Montevideo. Tra il 1870 e il 1914, gli italiani costituivano la comunità straniera più numerosa: secondo i censimenti argentini, nel 1895 oltre il 40% della popolazione di Buenos Aires era di origine italiana.
Dal punto di vista linguistico, molti immigrati parlavano solo il proprio dialetto d’origine (calabrese, genovese, napoletano, veneto), senza conoscenza dell’italiano standard né dello spagnolo. Nacque così una varietà ibrida, caratterizzata da interferenze lessicali (fare un lavoro > hacer un laburo); calchi sintattici (ordine delle parole tipico dell’italiano applicato allo spagnolo) e pronuncia influenzata dal sistema fonetico italoromanzo.
Il termine “cocoliche” fu popolarizzato da un personaggio teatrale creato nel 1884 dall’attore José Podestá, che imitava il parlato di un immigrato calabrese di cognome Cuculicci. Benché percepito come comico o “imperfetto”, il cocoliche svolse una funzione essenziale: fu una lingua ponte che facilitò l’inserimento sociale e linguistico degli immigrati. Con il progressivo apprendimento dello spagnolo, scomparve come varietà viva, ma rimase come memoria culturale.
Il lunfardo: da gergo marginale a patrimonio identitario
Il lunfardo ha una storia più complessa e duratura. Nato negli stessi quartieri popolari di Buenos Aires alla fine del XIX secolo, inizialmente fu percepito come gergo criminale o linguaggio dei “bassi fondi”. In realtà, si trattava di un lessico dinamico, alimentato dall’incontro tra spagnolo rioplatense, dialetti italiani, francesismi e voci di origine africana. La componente italiana è particolarmente rilevante.
Molte parole oggi comuni nello spagnolo rioplatense provengono direttamente da dialetti italoromanzi
Dal punto di vista linguistico, il lunfardo non è considerabile una vera e propria lingua autonoma e nemmeno un dialetto; piuttosto costituisce un repertorio lessicale e stilistico innestato sullo spagnolo rioplatense. La sua fortuna fu decretata dal tango tramite cui alcuni testi poetici lo trasformarono in simbolo della cultura argentina.
Oggi il lunfardo è riconosciuto come parte del patrimonio culturale immateriale di Buenos Aires, con istituzioni come l’Accademia Porteña del Lunfardo che ne studiano l’evoluzione.
Italofonia: lingua oltre i confini
Il lunfardo e il cocoliche, pur differenti, raccontano la stessa vicenda: il contatto linguistico generato dall’emigrazione italiana. Il primo esprime la creatività e l’appropriazione culturale, il secondo la transizione e l’adattamento ma in entrambi i casi, la lingua italiana non si è limitata a sopravvivere come reliquia nostalgica, ma ha fecondato nuove espressioni, contribuendo in modo sostanziale all’identità linguistica del Río de la Plata.
Nel 2025, parlare di italofonia e di lingua oltre i confini significa anche riconoscere queste storie di ibridazione: tracce d’Italia che hanno varcato l’oceano e che oggi vivono nelle parole di milioni di parlanti, in contesti lontani ma intimamente legati alla storia della nostra lingua.





























