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Francesco B.
Google · Ott 2026
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Frasi idiomatiche, proverbi e modi di dire sono tutte espressioni fondamentali della cultura di un popolo, che non possono essere tralasciate nella didattica di una lingua straniera. Alcune considerazioni riguardo l‘insegnamento dei modi di dire in italiano L2.

I modi di dire in italiano L2 sono espressioni cristallizzate con significato “non composizionale” (il loro senso cioè non si ricava dalla somma delle parole che le compongono) che condensano la cultura, la storia e la mentalità di una comunità di parlanti. Insegnarli agli stranieri non è un vezzo lessicale ma un passaggio obbligato della didattica delle lingue, perché senza queste espressioni l’apprendente non potrà mai accedere pienamente alla competenza pragmatica e interculturale necessaria per muoversi in Italia. In questo articolo vediamo cosa sono, come si distinguono dalle altre unità fraseologiche, come si possono presentare in classe e quali tecniche funzionano meglio per ogni livello QCER.
Dal punto di vista linguistico, i modi di dire appartengono alla fraseologia, la branca della linguistica che studia le unità lessicali polirematiche, cioè le espressioni composte da più parole che funzionano come un’unità di senso unica. Le caratteristiche definitorie sono tre: fissità (la forma è cristallizzata e non ammette sostituzioni libere), idiomaticità (il significato globale è diverso da quello letterale delle singole parole) e convenzionalità (l’espressione è condivisa dalla comunità di parlanti).
Per uno studente di italiano L2, incontrare un modo di dire può essere un’esperienza di frustrazione: il vocabolario non aiuta, perché ogni parola presa singolarmente ha un significato che con il senso globale non c’entra nulla. Essere al verde non ha nulla a che fare con il colore verde, in bocca al lupo non si traduce con un augurio di essere divorati. Per questo i modi di dire sono uno dei nodi più delicati della didattica del lessico, e al tempo stesso uno dei più produttivi sul piano della competenza comunicativa interculturale.
Apprendere e usare i modi di dire dell’italiano significa accedere a un patrimonio culturale stratificato (religioso, mitologico, storico, contadino, marinaresco, sportivo) che racconta chi sono gli italiani prima ancora di cosa dicono. È uno strumento potentissimo nelle mani del docente di italiano a stranieri, perché coniuga lavoro lessicale, riflessione metalinguistica e apertura interculturale in un’unica attività.
Quando in classe si parla genericamente di “modi di dire”, si stanno in realtà mettendo nello stesso contenitore unità linguistiche tra loro diverse. Distinguerle aiuta a costruire attività didattiche più mirate. Le principali sono:
In una progettazione didattica matura, queste tipologie vengono affrontate in modo distinto, perché richiedono operazioni cognitive diverse: il proverbio chiede interpretazione, la collocazione chiede memorizzazione di pattern, l’espressione idiomatica chiede demetaforizzazione, la formula conversazionale chiede riconoscimento del registro.
Una delle dimensioni più affascinanti dei modi di dire è la loro etimologia. Quasi sempre, queste espressioni nascono da un significato concreto e letterale (legato a un avvenimento storico, a un personaggio reale, a un’usanza, a un’attività professionale) che nel tempo si è opacizzato, lasciando l’uso figurato come unica eredità. Recuperare l’origine in classe è una strategia didattica formidabile: trasforma una formula apparentemente arbitraria in una storia memorabile, e attiva quella che la psicolinguistica chiama elaborative encoding, l’apprendimento per associazione narrativa.
Ecco alcuni esempi tra i più produttivi in classe di italiano a stranieri, con le rispettive origini:
Nell’ambito della didattica dell’italiano a stranieri, i modi di dire si possono introdurre a partire dai livelli base, a patto di selezionare espressioni adeguate alla complessità lessicale e grammaticale dell’apprendente.
Livelli A1-A2. Si lavora con comparazioni stereotipate e modi di dire trasparenti dal punto di vista lessicale (buono come il pane, veloce come il vento, dormire come un sasso). L’obiettivo è esporre lo studente al meccanismo della fraseologia senza chiedere ancora un’elaborazione metaforica complessa.
Livello B1. Si introducono espressioni di uso quotidiano e ad alta frequenza (in bocca al lupo, essere al verde, perdere la testa, avere un diavolo per capello). Si comincia a lavorare sull’opposizione tra significato letterale e significato figurato.
Livello B2. Si affrontano modi di dire più complessi, anche con riferimenti culturali specifici (fare orecchie da mercante, passare di palo in frasca, scoprire l’acqua calda). Si introducono i proverbi e si lavora sulle equivalenze interlinguistiche.
Livelli C1-C2. Si lavora su espressioni di registro alto, riferimenti letterari, modi di dire arcaici o desueti, varietà regionali. Si approfondisce l’analisi etimologica e si esplorano le sfumature pragmatiche.
Il QCER nei descrittori per il livello B2 e oltre menziona esplicitamente la capacità di riconoscere “una varietà di espressioni idiomatiche e colloquiali”, e dal livello C1 in su la capacità di usarle in modo flessibile. Questo significa che i modi di dire non sono un’aggiunta facoltativa ma un obiettivo formale del percorso di apprendimento.
Le strategie che funzionano meglio in classe combinano lavoro sul significato, ancoraggio narrativo e produzione attiva. Alcune tecniche consolidate:
Un capitolo che merita attenzione separata è quello dei modi di dire regionali, espressioni idiomatiche radicate in una specifica area geografica italiana. Sono il punto di incontro fra fraseologia e variazione diatopica dell’italiano, e raccontano molto della cultura locale.
Qualche esempio: fare la scarpetta (raccogliere il sugo con il pane, espressione diffusa ma con accezioni più marcate al Centro-Sud), dare i numeri (perdere il senno, oggi panitaliano ma di origine settentrionale), fare lo gnorri (fingere di non sapere, originariamente toscano), chiudere baracca e burattini (chiudere bottega), mannaggia la miseria (esclamazione tipicamente meridionale), tirare le orecchie a qualcuno.
Per il docente di italiano L2, i modi di dire regionali pongono un problema metodologico: vanno insegnati? La risposta è sì, ma solo dai livelli intermedi-alti e con una chiara contestualizzazione sociolinguistica. Lo studente deve sapere che certe espressioni sono marcate geograficamente, che possono suonare strane in altre regioni, che richiedono cautela nell’uso. È un’occasione preziosa per lavorare contemporaneamente su lessico, cultura e consapevolezza sociolinguistica.
Nuove possibilità per la didattizzazione dei modi di dire sono fornite dagli strumenti di intelligenza artificiale generativa, sempre con il controllo qualità dell’insegnante. Le applicazioni più utili in classe di italiano L2 includono:
Il principio metodologico è quello discusso nell’articolo dedicato all’IA generativa nella didattica dell’italiano L2: la macchina accelera, l’insegnante decide cosa, per chi, con quali obiettivi.
Alcune risorse di riferimento, sia per chi prepara le certificazioni glottodidattiche sia per chi cerca materiale già pronto:
I modi di dire in italiano L2 sono molto più di un capitolo del lessico: sono un punto di accesso privilegiato alla cultura italiana, una palestra di competenza interculturale e uno degli ambiti in cui l’apprendente vive l’esperienza più viva del passaggio dalla lingua come codice alla lingua come mondo. Insegnarli richiede selezione attenta, progressione coerente con i livelli QCER, materiali autentici e attività che mescolino significato, contesto, etimologia e produzione. Nella didattica contemporanea, la combinazione di queste tecniche tradizionali con gli strumenti di intelligenza artificiale generativa consente al docente di lavorare con più ricchezza e meno fatica preparatoria, a patto che la responsabilità delle scelte metodologiche resti, come sempre in mano al docente.
Se vuoi approfondire la didattica del lessico e della fraseologia italiana in classe di italiano a stranieri, i nostri corsi di preparazione a Cedils, Ditals e Dils-PG dedicano spazio specifico a questi temi, con esempi pratici e simulazioni d’esame.
Sono espressioni cristallizzate dal significato “non composizionale”: il loro senso non si ricava dalla somma delle parole che le compongono (essere al verde non riguarda il colore verde). Appartengono alla fraseologia e si definiscono per tre caratteri: fissità, idiomaticità e convenzionalità.
Espressioni idiomatiche in senso stretto (tagliare la corda), proverbi (chi dorme non piglia pesci), collocazioni (prendere una decisione), frasi fatte e formule conversazionali (ad ogni modo), comparazioni stereotipate (furbo come una volpe). Ogni tipo richiede un’operazione cognitiva diversa, quindi va affrontato con attività mirate.
Perché senza di essi l’apprendente non accede pienamente alla competenza pragmatica e interculturale necessaria per muoversi in Italia. I modi di dire condensano cultura, storia e mentalità di una comunità: dal livello B2 il QCER richiede esplicitamente di riconoscerli, e dal C1 di usarli con flessibilità.
A tutti, con gradualità. A1-A2: comparazioni stereotipate e modi di dire trasparenti (buono come il pane). B1: espressioni ad alta frequenza (in bocca al lupo, essere al verde). B2: espressioni più complesse e primi proverbi. C1-C2: registro alto, riferimenti letterari, varietà regionali e analisi etimologica.
Perché trasforma una formula apparentemente arbitraria in una storia memorabile, attivando l’apprendimento per associazione narrativa (elaborative encoding). Attenzione però: molte etimologie circolano come leggende, quindi vanno sempre verificate con fonti autorevoli prima di portarle in classe.