Insegnare italiano agli immigrati nei progetti SAI, il Sistema di Accoglienza e Integrazione subentrato al SIPROIMI con il DL 130/2020. Ce ne parla la Dott.ssa Ilaria Forte, sociologa, mediatrice interculturale e appassionata docente di italiano per stranieri, che racconta la sua esperienza di insegnamento maturata all’interno della Cooperativa Rinascita e guida il lettore in questa realtà.
Meno di 10 domande e risposte per capire come funzionano i corsi per insegnare italiano agli immigrati, dal reclutamento dei docenti alle caratteristiche dei beneficiari, dalle difficoltà ordinarie del lavoro d’aula a quelle, eccezionali, legate alla gestione dell’emergenza Covid-19 nel 2020.
Infine alcuni preziosi suggerimenti per chi vuole avvicinarsi all’insegnamento dell’italiano a stranieri in contesti simili.
Nota redazionale. L’intervista è stata raccolta nell’agosto 2020, quando la rete di accoglienza degli enti locali era ancora denominata SIPROIMI (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati). Pochi mesi dopo, il DL 130/2020 convertito nella L. 173/2020 ha rinominato il sistema in SAI – Sistema di Accoglienza e Integrazione, riportandolo, nella struttura, vicino allo storico modello SPRAR. La L. 50/2023 (cd. decreto Cutro) è successivamente intervenuta restringendo la platea dei beneficiari di primo livello. Per coerenza con la nomenclatura vigente, in questo articolo si è scelto di adottare la denominazione SAI; restano invariate le riflessioni glottodidattiche della docente, ancora pienamente valide per chi insegna italiano agli immigrati nei progetti di accoglienza integrata.
Insegnare italiano agli immigrati rientra tra i servizi minimi obbligatori per un SAI, ci racconti la tua esperienza?
L’apprendimento della lingua italiana è fondamentale per il processo di integrazione e, in quanto tale, la conoscenza di base della lingua italiana per tutti i beneficiari rappresenta un obiettivo prioritario del progetto di accoglienza. Il progetto territoriale deve garantire ai beneficiari la fruibilità e la frequenza dei corsi di apprendimento della lingua italiana, per un numero minimo di dieci ore settimanali.
Nel caso in cui l’offerta esterna (CPIA) dovesse essere inadeguata in termini di continuità o di esigenze del beneficiario, il progetto di accoglienza è tenuto a organizzarsi con corsi al proprio interno.
Nel mio caso, il progetto per cui lavoro accoglie nuclei familiari con bambini e, nella maggior parte dei casi, gli orari delle lezioni del CPIA non coincidono con le esigenze quotidiane del nucleo.
Per questo motivo viene erogato un corso interno di italiano il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 9.00 alle 13.00.
Come sono reclutati gli insegnanti per i corsi di lingua e a chi vengono affidate le lezioni?
Gli insegnanti sono reclutati tramite colloquio motivazionale, verifica del curriculum vitae ed esperienza pregressa. Le lezioni di italiano vengono affidate ai docenti, che gestiscono in autonomia l’organizzazione dell’aula, la scelta dei testi, la scelta del programma, eventuali uscite didattiche e il monitoraggio delle competenze acquisite. Il docente fa parte di un’équipe multidisciplinare, che si riunisce con cadenza settimanale per discutere questioni interne al progetto, e quindi anche dell’area linguistica.
All’arrivo dei migranti nel centro di accoglienza, come viene valutato il loro livello iniziale di competenza linguistica?
Il livello iniziale viene valutato attraverso la somministrazione di un “test di valutazione delle competenze in ingresso” che comprende lettura, scrittura e ascolto. Il test si compone di scelte multiple, vero o falso, griglie di comprensione, incastri, abbinamento e così via.
Non tutti, però, si sottopongono al test. Alcuni perché si vergognano, alcuni pensano di entrare in competizione con gli altri, altri semplicemente non vogliono. In questi casi si rispetta il volere del beneficiario, non si fanno costrizioni e si rimanda tutto alla didattica in aula.
Nel centro di accoglienza è possibile sostenere l’esame di certificazione di lingua italiana per l’ottenimento del permesso di soggiorno UE?
Non siamo un ente accreditato per farlo, ma aiutiamo i candidati a iscriversi alle liste per sostenere il test. Va precisato che il test in questione è il test di conoscenza della lingua italiana di livello A2, previsto dal DM 4 giugno 2010 e necessario per ottenere il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo (ex carta di soggiorno), non un permesso di soggiorno ordinario.
L’ente che coordina la procedura è la Prefettura: il candidato presenta la domanda telematicamente tramite il portale ALI (Applicazione Lavoro e Immigrazione) del Ministero dell’Interno, accedendo con SPID. Il sistema informatico acquisisce la domanda e la inoltra all’ufficio competente, che ne verifica la regolarità e convoca l’interessato entro 60 giorni, indicando data e sede della prova. Le sessioni di esame si svolgono di norma presso i CPIA, in convenzione con la Prefettura. In caso di esito positivo, la Prefettura ne dà comunicazione in via telematica alla Questura che, verificata la sussistenza degli altri requisiti di legge, rilascia il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. In caso di esito negativo, il cittadino straniero può chiedere, usando la stessa procedura, di ripetere il test, ma soltanto dopo 90 giorni dalla data del precedente esame.
Quali sono le maggiori difficoltà a livello didattico che incontri nel tuo lavoro di insegnante in un SAI?
Insegnare in un contesto SAI è molto difficile per diversi motivi: la classe è composta da studenti con un livello di alfabetizzazione differente, di diversa età, religione, cultura, provenienza, con diversi alfabeti e soprattutto differenti vissuti personali, quasi sempre con atteggiamenti da stress post-traumatico, persone che hanno completamente rivoluzionato la propria esistenza.
Portare avanti una didattica da manuale è complicato, li annoia e non c’è cosa peggiore di vedere facce annoiate a lezione.
Gli aspetti da non sottovalutare sono tantissimi. Ne cito alcuni, i più importanti: mantenere alta la motivazione, riuscire a creare una coscienza di appartenenza al “gruppo classe” attraverso la promozione dell’intercultura, essere capaci di mediare i conflitti che possono nascere all’interno del gruppo e soprattutto fare in modo che non se ne creino.
Per riuscire in tutto questo cerco di rendere le mie lezioni, attraverso le mie competenze, quanto più interattive possibile; spaziamo dalla drammaturgia alle uscite didattiche, dall’utilizzo di diverse tecnologie a momenti di svago, di gioco, di conoscenza reciproca, di socializzazione e di scambio interculturale (che a loro piace molto) ed è sempre un dare e ricevere.
Le mie lezioni non sono concentrate sulla grammatica: gli studenti del SAI hanno fretta di imparare il “come si dice”. La lingua è strumento di comunicazione e di azione sociale: prevale il valore pragmatico rispetto all’accuratezza formale. La lingua italiana non viene presentata in termini di descrizione formale (nome, verbo, soggetto, predicato), ma in termini di scopi comunicativi “funzioni”, come salutare e presentarsi, e di “situazioni”, come in famiglia o dal medico.
Anche il fattore “tempo” è difficile da gestire in una classe di studenti del SAI, per due motivi: i progetti hanno una durata definita e a volte, nonostante l’impegno possibile e i mezzi messi a disposizione, il beneficiario non completa il corso di italiano; in secondo luogo, è difficile rispettare i tempi e l’ordine previsti per la somministrazione del programma didattico, perché in classe i beneficiari portano i loro interessi e le loro esigenze. Per questo capita spesso di invertire l’ordine delle unità didattiche, o di soffermarsi su alcune unità rispetto ad altre.

Come avete affrontato l’emergenza Covid-19 e la sfida della didattica a distanza?
Nel 2020, di fronte alla prima fase dell’emergenza sanitaria, con la Cooperativa Rinascita per cui lavoro, dopo un’attenta analisi dei bisogni dei beneficiari, abbiamo deciso di creare delle videolezioni fruibili in qualsiasi momento della giornata, in base alle esigenze del singolo beneficiario o del nucleo familiare.
Le lezioni erano strutturate e divise in quattro tempi: lessico, grammatica, educazione civica e intercultura. L’ultima parte della lezione era costituita da una piccola attività di traduzione e mediazione nelle diverse lingue d’origine dei discenti.
Per monitorare le competenze acquisite, chiedevo in risposta alle lezioni un piccolo video di role-play che contenesse gli argomenti trattati nell’unità di riferimento. Quell’esperienza, nata dall’urgenza, ha lasciato in eredità a molti progetti SAI una maggiore attenzione alle risorse digitali e ai materiali asincroni, oggi utili anche oltre il contesto pandemico.
Nella tua esperienza, pensi che l’insegnamento della lingua italiana nei centri di accoglienza sia giustamente valorizzato?
Non sempre. Il servizio viene costantemente erogato, ma qualitativamente in alcuni casi non è appagante. I docenti non si spendono e intendono l’insegnamento della lingua italiana solo come conoscenza della grammatica. Le lezioni sono tristi e vuote.
Qual è il rapporto tra SAI e CPIA? Sono attivate delle collaborazioni?
Sì. Il progetto di accoglienza collabora con il CPIA per quanto riguarda le iscrizioni ai corsi e il monitoraggio delle presenze.
Quali consigli daresti a chi si appresta per la prima volta a insegnare italiano agli immigrati?
Il mio consiglio è quello di avere molta pazienza, di non scoraggiarsi, ma anche di non prendersi troppo sul serio. A volte i beneficiari abbandonano il corso, ma non per colpa dell’insegnante. Ci sono periodi in cui semplicemente non va: la componente psicologica in queste classi la fa da padrona.
Se non avete passione per questo lavoro, lasciate perdere. Per queste persone imparare l’italiano è fondamentale, ma non è semplice né immediato. Imparare l’italiano, per i miei studenti, significa aprirsi a una nuova cultura senza abbandonare la propria: significa che in classe ti ritrovi professori, impiegati, persone che nel loro Paese erano qualcuno, avevano una posizione sociale, e adesso hanno perso tutto.
Capita spesso di vederli sconfortati, e all’insegnante spetta il difficile compito di comprendere tutto questo e riuscire a gestirlo.
Vi consiglio di andare oltre il classico ruolo dell’insegnante, di non comportarvi come detentori assoluti del sapere, di ascoltare il non detto, di carpire le emozioni nascoste e di farle emergere. Sorridere sempre. Un sorriso accogliente aiuta molto a creare empatia, e l’empatia è tutto.

























