Linguaggi settoriali e italiano L2

Le microlingue: definizione, caratteristiche principali, scopi pragmatici e implicazioni didattiche.

Linguaggi settoriali e italiano L2Linguaggi settoriali e italiano L2. Ebbene sì, nel vasto mondo della didattica dell’italiano a stranieri c’è un settore particolarissimo, quello delle cosiddette microlingue. In molti casi, infatti, si organizzano corsi specifici per la didattica di questi linguaggi “di nicchia” che però sono fondamentali in determinati ambiti professionali e lavorativi.

Linguaggi settoriali, microlingue e tecnoletto

Prima di tutto è opportuno precisare che a questi linguaggi specifici sono state attribuite diverse definizioni. In ambiente internazionale si parla, ad esempio, di Language for Specific Purposes (LSP), linguaggio per scopi specifici.
Questa definizione accentua l’attenzione sugli obiettivi “specifici”, da trasformare in obiettivi glottodidattici, privilegiando dunque l’aspetto pragmatico.
Vengono definiti anche linguaggi settoriali, questa definizione però appare un po’ troppo vaga, e soprattutto non distingue una microlingua (usata per chiarezza, per essere compresi all’interno del gruppo) da un gergo (usato per escludere i non iniziati). Il termine tecnoletto rimanda, invece, al concetto di lingua come polisistema, al cui interno si trovano vari “-létti” (socioletto, dialetto, ecc.) e viene usato soprattutto in ambito sociolinguistico.

Definizione di microlingua

In questo articolo ci riferiremo ai linguaggi settoriali dell’italiano con il termine microlingue. Questo termine definisce la varietà di lingua che gli specialisti, di un dato settore scientifico o professionale, usano con un duplice scopo: ottenere il massimo di chiarezza e permettere a chi la usa appropriatamente di essere identificato come membro del gruppo scientifico-professionale, che condivide una microlingua e quindi uno stile.

Tanti sono, dunque, i nomi per indicare le microlingue, i quali ovviamente non ne cambiano la sostanza che analizzeremo nei prossimi paragrafi.

Caratteristiche e scopi pragmatici delle microlingue

Gli scopi pragmatici delle microlingue si attuano, come ci dice Balboni, in tre ambiti:

  • Referenziale: quando si descrive e si spiega il funzionamento del mondo (fisico, matematico, medico, linguistico ecc.); quando si descrivono eventi e processi ecc.
  • Regolativo-strumentale: quando si intende far eseguire un processo al destinatario o regolare un processo.
  • Metalinguistico: quando si “definisce un termine”, si propone un neologismo, si descrive un elemento non verbale (un grafico, una formula ecc.).

Le caratteristiche delle microlingue sono molteplici. Le analizzeremo facendo riferimento alla dimensione testuale, sintattica e lessicale.

  • Dimensione testuale: i testi sono strutturati in paragrafi brevi, presentano ampie citazioni, sono inclusi riquadri con dati o annotazioni complementari, sono ricchi di grafici (figure, tabelle, diagrammi ecc.), hanno spesso appendici e glossari per i termini tecnici ecc.
  • Dimensione sintattica: nominalizzazione (sostituzione dei verbi con i sostantivi), l’eliminazione di frasi relative (il pronome relativo infatti risulta spesso ambiguo), uso delle forme impersonali facendo ampio uso del passivo ecc.
  • Dimensione lessicale: monoreferenzialità (significato univoco di un termine: ogni termine ha un unico referente e un unico significato), neoformazioni (mediante l’aggiunta di prefissi, suffissi ecc.), uso di sigle e acronimi, adozione di forestierismi ecc.

Linguaggi settoriali e italiano L2 / LS

Nei corsi di italiano per stranieri, che nella quasi totalità sono organizzati da sindacati e aziende o da comuni e gruppi di volontari, domina ancora l’idea che la microlingua sia riducibile alla sola terminologia. È certamente evidente che uno straniero, assunto ad esempio come muratore, debba imparare parole come “cemento”, “sabbia”, “secchio”, “cazzuola”. Ma se non si passa poi dal lessico ai generi testuali, se non impara anche a leggere le istruzioni per una mescola di cementi più sofisticati, se non impara a leggere normative sull’uso dei materiali e sulla sicurezza, se non impara a compilare formulari di richiesta di autorizzazioni edilizie, a stendere ordinativi di prodotti, e così via, è condannato a restare manovale anche se le sue qualità professionali sono eccelse, superiori a quelle dei suoi colleghi italofoni.

L’insegnamento delle microlingue scientifico-professionali a immigrati è un esempio chiaro del fatto che il semplice focalizzarsi sull’addestramento immediato impedisce, di fatto, quella promozione sia culturale e personale sia sociale e professionale che solo una reale educazione microlinguistica può garantire.

Alcuni consigli operativi

L’insegnamento delle microlingue si rivolge essenzialmente ad adulti, per questo motivo uno degli approcci più adatti alla didattica delle microlingue risulta essere l’approccio “andragogico”, che ha tra i punti essenziali la particolare natura della motivazione dell’allievo adulto, il suo notevole grado di autonomia e la figura dell’insegnante come facilitatore dell’apprendimento.
Una seconda componente fondamentale della teoria dell’educazione microlinguistica è costituita da un approccio “collaborativo”, dove i due soggetti – studente e docente – sono in posizione di pari dignità, di pari responsabilità, con compiti e competenze complementari.

In conclusione, se è vero che nessun insegnante può essere obbligato a conoscere la miriade di microlingue che gli può capitare di dover insegnare, è altrettanto vero che per insegnare le microlingue qualsiasi insegnante deve possedere una solida formazione glottodidattica e metodologica riguardo l’insegnamento dell’italiano come lingua seconda o lingua straniera.

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