Le 40 regole per scrivere bene in italiano di Umberto Eco, autore che non ha certo bisogno di presentazioni, sono una delle perle della rubrica “La Bustina di Minerva”, che lo scrittore tenne sull’ultima pagina de l’Espresso per oltre trent’anni, dal 1985 al 2016.
Un piccolo vademecum, una sorta di “bibbietta” che ogni madrelingua italiano, ma anche ogni studente che studia la nostra lingua e ogni insegnante dovrebbe conoscere: utile non solo per scrivere bene, ma anche per parlare bene.
Servirebbero quindi “solo” 40 regole per scrivere bene in italiano, secondo il grande Umberto Eco. Ma non lasciatevi impressionare dal numero: si leggono tutte d’un fiato. E soprattutto nascondono un piccolo trucco geniale, che le rende impossibili da dimenticare e che, come vedremo, non è nemmeno farina del sacco di Eco.
Chi era Umberto Eco e cos’è “La Bustina di Minerva”
Umberto Eco (1932-2016) è stato semiologo, filosofo, accademico e scrittore tra i più importanti del Novecento italiano, noto al grande pubblico soprattutto per il romanzo Il nome della rosa.
“La Bustina di Minerva” era la sua rubrica sull’ultima pagina de l’Espresso: nata nel marzo del 1985 con cadenza settimanale, divenne quindicinale nel 1998 e proseguì fino alla morte dell’autore, nel 2016. Il nome non rimanda alla dea della sapienza, come si potrebbe pensare, ma alle bustine di fiammiferi della marca Minerva, sul cui cartoncino interno si usava un tempo prendere appunti al volo: un’immagine perfetta per una rubrica fatta di idee rapide, argute e dissacranti. Nel 2000 Bompiani, storico editore di Eco, ne raccolse i pezzi migliori in un volume omonimo, ed è lì che si trovano anche queste regole.
Una lista che Eco non aveva inventato
C’è un dettaglio che spesso sfugge: le regole per scrivere bene in italiano non sono propriamente farina del sacco di Eco. Fu lui stesso a raccontarlo: aveva trovato in rete una serie di istruzioni sullo scrivere bene, molto diffuse tra gli scrittori americani, e le aveva adattate alla nostra lingua “con qualche variazione”. Si inseriscono cioè in una tradizione anglosassone di liste di regole paradossali (ciascuna delle quali viola la norma che enuncia) che circolavano tra giornalisti e aspiranti scrittori già prima di internet. Il merito di Eco fu di tradurle e reinventarle in italiano con la sua inconfondibile ironia, trasformandole in un piccolo classico.
Ogni regola infrange se stessa: ecco il trucco
Il bello di questo elenco sta tutto qui: invece di spiegare l’errore, ogni regola lo commette. La spiegazione, insomma, è già dentro la regola stessa, e non servono ulteriori indicazioni. Qualche esempio (le ritrovi numerate qui sotto):
- la regola n. 1, che invita a evitare le allitterazioni, è costruita… proprio su un’allitterazione;
- la n. 14 mette in guardia dalle parole volgari ricorrendo a una parolaccia;
- la n. 19 raccomanda di mettere le virgole al posto giusto, ma ne infila subito una di troppo;
- la n. 24 predica la concisione in un periodo lunghissimo, soffocato dagli incisi;
- la n. 25 parla di accenti corretti accumulando accenti sbagliati;
- la n. 29 invita a scrivere bene i nomi stranieri e poi li storpia tutti;
- la n. 32 raccomanda di curare l’ortografia scrivendo “ortograffia”;
- le n. 39 e 40, infine, restano deliberatamente incompiute, a dimostrazione plastica di che cosa accade quando una frase non finisce.
Perché sono utili per studenti e insegnanti di italiano
Proprio perché si autodimostrano, queste regole sono uno strumento didattico prezioso. Per chi studia l’italiano come L2 o LS, l’errore “messo in scena” è più memorabile di mille spiegazioni: si fissa perché fa sorridere. Per l’insegnante, ogni regola può diventare lo spunto per un’attività: individuare l’errore nascosto, riscrivere la regola “in pulito”, discutere perché quell’uso è scorretto. E restano un buon antidoto in tempi duri per la nostra lingua, spesso deturpata da abitudini legittimate dall’uso comune ma non sempre corrette.
40 regole per scrivere bene in italiano
1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19. Metti, le virgole, al posto giusto.
20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34. Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.
(da “La Bustina di Minerva”, Milano, Bompiani, 2000)
Foto: Aubrey, CC BY-SA 1.0, via Wikimedia Commons

























